Ciao

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Azzardo

Me ne ricordo tre. Compreso il presente, s’intende.
Ping pong di pensieri, eccetto senza pong.
Tranne ora. Ora sì, in una certa parte. Più di quella che mi sarei potuto aspettare e più di quella che sarebbe dovuta essere.

Chi è che fa le regole? Io.
Chi è che le infrange? Sempre io.
Una dualità perenne, che mi sembra propensa a sopravvivere. Forte nell’ironia dell’illusione, ma soprattutto nella chiarezza dei fatti.
Spesso mi chiedo perché, e la risposta che ora mi viene in mente inizia con una scusa. Il che è sempre il primo pensiero, ma mai quello corretto.
La risposta è sicuramente più larga, ragionevolmente comprensiva, ma senza esagerare per farsi scudo.

Cambiando forma, ma non sostanza: quello che c’è da fare è teoricamente noto, sebbene male applicato.
In un certo senso si ritorna alla prima coppia di domande, anche se in un’ottica diversa.
Il punto ora è la barriera tra le due risposte. La costruzione del muro che eventualmente confinerebbe tutto da un lato: quello giusto.
Ma ora mi viene da pormi di nuovo la successiva questione, in un ciclo da cui non credo di potere uscire in maniera così lineare.

Incerta è la strada, diramantesi in viottoli mai percorsi, almeno secondo la nostra limitata concezione del sentiero.
Ma è in questa limitatezza che comunque ci tocca esistere e sulla quale siamo modellati.

Sullo sfondo, poi, sempre lo stesso dubbio, che qua non riporto, ma che è più valido che mai, essendo esso stesso tessuto di tutti gli altri.
E anche oggi, come ogni volta, rimane imponente e irrisolto.

La chiave

Con riluttanza gli diede la chiave della piccola porticina del suo magazzino di campagna.
Non riusciva a capire cosa sperasse di trovarci dentro e perché volesse fare quell’ispezione.
Erano a valle di una brutta lite, una delle solite. Ultimamente erano diventate molto frequenti e lei non riusciva a capire perché.
Litigavano per motivazioni insulse e insignificanti, che a ripensarci si chiedeva se fosse il caso di ridere o piangere.

Una volta avevano litigato perché lei aveva portato fuori il cane al posto suo. Lui, tra i due, era ormai quello che “portava il pane a casa”, unico stipendio della coppia dopo che lei aveva perso il suo posto di lavoro.
Aveva pensato di fargli una sorpresa, sollevandolo da una delle mille incombenze che affrontava ogni giorno. Aveva preso Pix, il loro cane, e l’aveva portato al parchetto dietro casa, un’attività che non faceva più da anni.
Quando lui era rincasato, dopo aver posato la borsa da lavoro, aveva chiamato Pix per la solita uscita. Il cane era corso immediatamente alla porta, abituato alla routine quotidiana e sempre pronto per uscire.
Stavolta però lei li aveva bloccati spiegando che “per oggi ci ho già pensato io“, con il sorriso sulle labbra.
Tutto si poteva aspettare men che meno che da lì scoppiasse una discussione.
A quel punto era difficile perfino ricostruire il flusso del discorso. Della confusione immensa ricordava solo alcune frasi che le erano rimaste impresse, un po’ per l’ingiustizia che ci vedeva dentro, un po’ perché si ripetevano spesso di discussione in discussione.
Tu non mi rispetti
Mi sento preso in giro
Non ho idea di chi tu sia
Alla fine lei era rimasta senza parole, quella come tante altre volte, e solo a fatica era riuscita a trattenere le lacrime.

Un’altra volta avevano litigato perché lei aveva rotto una bottiglia di whisky, scivolatale di mano mentre sistemava il mobiletto in cui conservavano gli alcolici.
La cosa assurda era che a lui l’alcol neanche interessava. Non gli piaceva e non ne consumava.
La gran parte di quello che si ritrovavano in casa, e quel whisky non faceva eccezione, era stato loro regalato da qualche parente o amico passato per una visita di cortesia in una qualche festività.
Di litigi del genere ne poteva elencare a bizzeffe e più il tempo passava più le sembrava divenissero frequenti.
Non c’era dubbio che le motivazioni fossero solo pretesti e che invece ogni sfuriata nascondesse dietro un problema ben diverso, ben più profondo.
Aveva provato a indagare ma non era riuscita a cavare un ragno dal buco. Lui aveva sempre negato qualsiasi ragione nascosta, riportando ogni volta il discorso sulla sciocchezza di cui si discuteva al momento.

Un’altra cosa strana era che i periodi di calma apparivano sempre felici. Tra una lite e l’altra la vita scorreva tranquilla, anzi sembrava che tutto andasse per il meglio.
Un po’ la cosa le stonava e a volte le veniva da pensare che lui fingesse, ma lo dimenticava presto e continuava con la sua vita.
Tutto ciò però valeva solo fino al litigio successivo, che colpiva veloce e imprevedibile e che rimaneva praticamente impossibile da evitare.

Ora si trovavano davanti al magazzino della campagna che lei aveva ereditato da sua madre. Si erano recati lì oggi quando lui aveva proposto di andare a raccogliere un po’ del rosmarino che cresceva spontaneamente ai lati della stradella.
Poi in un modo o nell’altro erano finiti a litigare, non era più rilevante neanche il motivo per cui lo si facesse, e lui aveva concluso pretendendo di entrare a controllare il magazzino.
Cosa pensi di trovare?
Lui non aveva risposto. Le aveva semplicemente rivolto la mano, palmo in su, aspettando la chiave.
Lei gliel’aveva data con riluttanza, ma senza nemmeno pensarci più di tanto.
Non riusciva a capire perché lui volesse entrare là dentro, non gli era mai interessata quella campagna, né tantomeno gli poteva interessare quel misero magazzino.
Lei stessa non ci entrava più da quando…

Il ricordo la colpì allo stomaco come fosse un pugno di piombo e si sentì quasi mancare.
L’ultima volta che era stata lì era stato con Dario. L’unica volta che non avevano potuto vedersi a casa di lui.
Era stata una notte indimenticabile.
Si sentì un’idiota mentre lo pensava. Era evidente che invece avesse dimenticato.

Era per questo che si trovavano là oggi? Che lui sapesse di Dario? Che avesse capito? Come avrebbe potuto? Non l’aveva mai rivelato a nessuno. Come poteva saperlo? Come avrebbe mai potuto arrivarci?
Di sicuro non ci sarebbero stati più dubbi dopo che avesse aperto quella porta.

La chiave girò nella serratura.

Da correggere

Sono bravo a prendermi a schiaffi da solo.
Certo, in maniera un po’ indiretta, ma l’effetto è quello.
Non è l’unico, purtroppo. Anzi è proprio la mancanza di unicità che ne sostiene l’esistenza.

Mi chiedo come io sia arrivato qua e c’è solo una risposta a cui sono capace di arrivare:
È uno degli effetti della direzione del mio tempo, fatto di scelte più o meno consapevoli.
Una risposta di questo tipo è pressoché inutile, poiché troppo generica e quindi estremamente dispersiva. Non fornisce nessuna vera soluzione, né indica come andarla a trovare.
A questo punto mi chiedo se anche ad averla, una vera risposta si intende, servirebbe a qualcosa.
Forse no e allora la domanda è mal posta. O ancora meglio: è inutile.
Ne consegue quindi il dubbio su come proseguire, da qui. Domando allora quali siano i mezzi adatti e le zone su cui usarli.
Ma a chi va posta questa domanda? E anche sapendolo, sarebbe costu(e)i poi in grado di rispondere?
Da un certo punto di vista ci ho provato, di recente. Ma credo di non esserci riuscito, anche se forse ancora c’è un po’ di margine di manovra.

Una delle cose che mi colpisce di più è la dualità che si è sviluppata.
Entrambe le dimensioni di questa dualità sono comprovate dai risultati che compongono l’esperienza.
Ne derivano tratti di assoluta fiducia, tratti di chiara disillusione, ma anche tratti misti, dove la contrapposizione si fa più evidente.

Avrei altro da dire, ma non ho tempo e quindi finisco così.

Merda

Esperimenti di scrittura giorno tre. L’incipit di oggi è “Capì che il bambino l’aveva visto e non poteva lasciarlo andare“.

Capì che il bambino l’aveva visto e non poteva lasciarlo andare.
Merda“, pensò.
Era filato tutto liscio.
Perché ogni volta si sfascia tutto alla fine?

Aveva studiato il piano nei minimi particolari. Per mesi. Da quando l’ennesima presa in giro aveva fatto traboccare il vaso della sua pazienza.
Ora basta.
Vedranno“, si era detto.
Da quel momento aveva iniziato i preparativi per la sua vendetta.
Il piano si era evoluto a poco a poco ma era uscito fuori perfetto e completo, e lui sarebbe stato inattaccabile… o almeno così pensava.

Era bastato un semplice errore di valutazione, nell’enormità della sua analisi, per farsi cogliere alla sprovvista e ritrovarsi impreparato, lì, fermo davanti a un bambino che lo guardava fisso.
Quell’idiota non dimostrava nessuna paura. Ma del resto, perché avrebbe dovuto averne?
Lui non era mai riuscito ad apparire minaccioso a nessuno, anzi. La cosa a volte gli dava fastidio, perché sembrava come se non venisse preso sul serio.
Ma chi, lui? Quello che fa sempre il cretino? Non sa far altro che idiozie.
Queste le parole che immaginava usassero per descriverlo quando lui non c’era.
Forse anche per questo ora si trovava là, in quella situazione. Forse era più di una semplice vendetta.
Forse inconsciamente era stato un modo per dimostrare che anche lui meritava rispetto, indipendentemente da come apparisse e da come si comportasse.

Comunque non era il momento adatto per perdersi in labirinti filosofici sul senso delle sue azioni. Il bambino era ancora là e continuava a fissarlo.
Ma come si risolve una situazione così? Non aveva molto tempo e in un modo o nell’altro la cosa si sarebbe evoluta.
Doveva metterlo a tacere, ma tutto ciò non rientrava nel piano.
Un bambino poi! Quale peggiore scelta gli sarebbe potuta mai capitare?
Non c’era via d’uscita, qualcuno ci sarebbe rimasto fregato. Lui o il moccioso.
Lo stress aumentava tangibilmente, lo sentiva nell’aria, lo inalava a ogni respiro e gli riempiva i polmoni.
Il cuore aveva preso a correre all’impazzata già da un pezzo e la tensione gli annebbiava i pensieri.

Non trovava soluzioni, se non quella estrema.
Non se la sentiva.
Era troppo.
Era troppo anche per lui.
Ma doveva.
Non c’era scelta.
Nessuna alternativa.
L’idiota si era trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Doveva farlo tacere.

E invece l’idiota urlò.

Mammaaaaaa, il nonno ha fatto la cacca sul tappeto nuovo.

Cicli 1

Non è colpa mia. Ci tengo a precisarlo.

Sapete quando si dice la verità ma non è la verità, perché comunque si è riso e quando ridi tutto cambia e i significati si perdono nelle sorgenti, strozzati praticamente sul nascere?
Io rido un po’. Mi chiedo perché ridano gli altri.
Sono facili le risate.
Mi viene da pensare a un esempio del passato, anche se non so capire che valore abbia.
Eppure, riflettendoci, credo di poterne trovare altri e l’interrogativo non mi sembra più così interessante.
Sono facili le risate.
Più della realtà.

Comunque.

Io non so parlare.
In vari sensi. Ma oggi mi riferisco a uno solo.
È la comunicazione. Il significato. L’intenzione e il recepito.
E io non so parlare perché non so comunicare. Perché il significato si distorce: l’intenzione lotta con il recepito.
O forse mi voglio solo illudere che sia là il problema, quando invece è altrove, a intervenire ben prima e radicato fino al cuore.
Forse ancora è ovunque, qui e là, a conferma dell’immensità dello spazio da poter colmare tra ciò che è e ciò che potrebbe (o dovrebbe) essere.

Ma parliamo d’altro.

A volte sei lì e sembra tutto chiaro. Lì nel particolare. Lì sul granello di sabbia.
Sembra tutto chiaro, almeno finché non ci rifletti su. Finché non ti prendi quell’attimo di tempo per riassestarti sul terreno. (È facile farsi stordire.)
La duna, ti ricordi, ha la sua solita forma e non sarà certo il granello di sabbia a cambiarla.
Ma una duna è fatta di granelli di sabbia e con altri granelli di sabbia potrebbe diventare un castello. E qualche castello l’hai costruito in passato.
Solo che i castelli di sabbia non sono molto resistenti, né al vento né alle onde e quindi il tempo se li porta via.
E dove c’era un castello ora c’è una duna, con la sua forma di duna, che è una forma abbastanza stupida.
A che serve costruire con la sabbia?

Hm.
Ho altre cose da dire.

La foto

Continuiamo con gli esperimenti di scrittura. Oggi l’incipit è “Tra gli averi di sua madre trovò“.

Tra gli averi di sua madre trovò una vecchia fotografia. C’era sua madre insieme a un gruppo di persone in camice. Medici probabilmente. Erano tutti sorridenti, ma di sorrisi forzati, proprio quelli che ti aspetteresti di trovare in una foto.
Il luogo non lo riconosceva. C’era un edificio anonimo sullo sfondo. Una costruzione bianca, sporca, che si sviluppava su due piani. Tutt’attorno era vegetazione.
Sul bordo sinistro c’erano tracce di nastro adesivo. Dietro la foto, invece, quella che sembrava una piccola pagina di diario:

Inizio, 21/05/1989
Questa giornata la annoto a posteriori.
In realtà non ho voglia di scrivere niente, ma mi è stato detto di farlo.
Solo ora sono in grado di capire cosa ha comportato l’essermi avventurata in questa cosa. Onestamente non credevo che sarebbe andata così. Sono stata incosciente e avventata, anche se non accetto di addossarmi tutte le colpe. Nessuno ha mai fatto niente per farmi cambiare idea.
Venire a conoscenza dell’opportunità (anche se ormai non mi sembra più il termine esatto) fu solo per caso. Un volantino sotto il tergicristallo posteriore. Uno di quelli di cui ti accorgi quando hai già messo in moto e che maledici finché non fermi tutto e scendi per levarlo. (continua)

Nel poco spazio del retro della foto, i caratteri diventavano via via sempre più piccoli. Ma neanche con questo accorgimento quello spazio era stato sufficiente.
Si mise a cercare nel resto del mucchio, ma non trovò altri appunti del genere.
Dove continuava? Forse il seguito di quelle parole si era ormai perso nel tempo.
Improvvisamente le tornò alla mente una conversazione dei suoi genitori, parecchi anni fa, quando c’erano ancora. Lei era piccola e non capiva bene, anzi la sua mente tendeva a distrarsi quando loro facevano “discorsi da grandi”. Però ricordava che uno dei due avesse citato un diario. Si era stupita che anche gli adulti ne avessero.
C’entrava qualcosa? E anche fosse, come avrebbe fatto a ritrovarlo?
Per quanto ne sapeva avrebbe dovuto trovarsi là davanti a lei, sulla scrivania, tra foto, cartoline, e quaderni che sua madre era solita conservare. L’aveva sempre definita un’ossessione. Quella dell’essere fin troppo attaccata ai ricordi, particolarmente a quelli su carta.
Ma il diario là non c’era.

Prese il telefono e compose il numero dell’unica persona che credeva potesse aiutarla.
Non rispondeva. Forse dormiva ancora. Erano le 6:40 del mattino e il fatto che lei fosse sveglia da quasi due ore le aveva fatto dimenticare che gli altri non seguivano i suoi stessi orari.
Partì la segreteria telefonica.
“Ciao zio, sono Valeria. Ho una domanda sulla mamma. Stavo sistemando la sua libreria, ma credo manchi qualcosa. Un diario probabilmente. Ne sai niente? Chiamami quando puoi.”
Ma qualcuno li ascoltava i messaggi in segreteria?

Tornò a guardare la foto, nella speranza di riuscire a riconoscere il luogo da qualche dettaglio.
Non sarebbe potuto essere più anonimo di così. Nessuna insegna, nessun simbolo, nessun logo. Che fosse un ospedale? Ma perché avrebbero dovuto fare una foto del genere?
A guardarla si percepiva una certa tensione di sottofondo, anche se forse era solo l’influenza delle parole appena lette.
Cos’era successo? E qual era questa “opportunità” di cui si parlava?
“Forse è il momento di uscire”.
Si tirò su.
“Iniziamo questa giornata”.